CAPITOLO XIV
D’Alema, il quale, appena accortosi della fuga dei rottamatori innamorati, s’era ritirato dalla finestra e dai ruoli politici di rilevo, e l’aveva richiusa (la finestra; per i ruoli politici attendeva pur sempre un presidenzialismo riformista), e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con la Melandri, che l’aveva lasciato solo in quell’imbroglio, si sentì chiamare a voce di popolo, per il baccano ch’era stato udito nei dintorni in quella zuffa notturna da aula parlamentare, e dovette venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentì d’averlo chiesto.
– Cos’è stato? – Che le hanno fatto? – Chi sono costoro? – Dove sono? – gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto. Che gli pareva d’esser ancora appunto nelle vesti d’un ruolo istituzionale attivo, tipo quantomeno sindaco di Gallipoli.
– Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non c’è più niente: un’altra volta, compagni: vi ringrazio del vostro buon cuore -. E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra.
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CAPITOLO XIII
«Berlinguer! Chi era costui?» ruminava tra sé D’Alema seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con una copia de L’Unità aperta davanti, quando la Melandri entrò a portargli l’imbasciata. «Berlinguer! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone della prima repubblica: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?» Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo!
Bisogna sapere che D’Alema si dilettava di leggere un pochino ogni giorno, da quando non era riuscito a laurearsi alla Normale di Pisa, dove condivideva stanzetta e forfora con Fabio Mussi.
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CAPITOLO XII
– Corona! – disse don Marcello Dell’Utri: – in questa congiuntura, cioè volevo dire in questa crisi, ma mi sovvenivano i termini vetusti dei persuasori occulti, si vedrà quel che tu vali. Prima di domani, quella Prestigiacoma deve trovarsi in questo palazzo.
– Non si dirà mai che Corona si sia ritirato da un quassi servizio di gossip sia richiesto dal direttor responsabile.
– Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti par meglio; purché la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che non le sia fatto male.
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CAPITOLO XI
– Avete sentito cos’ha detto Papa Francesco d’un non so che… d’un filo che ha, per aiutarci? – disse Prestigiacoma. – Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci guance ne porge venti e più…
– Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! – interruppe Renzi, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.
– Oh Renzi! – disse Prestigiacoma, a stento, tra i singhiozzi: – non v’ho mai visto così. Nemmeno quando proposero primarie per i soli iscritti al Partito tentando di dar minor corda ai vostri fans nella corsa ai gazebo…
– La farò io, la giustizia, io! Altro che Alfano per conto del Berlusca durante il ventennio bunghista! Altro che processi brevi e separazioni delle carriere! La farò io la riforma! Sì, la farò io, la giustizia: altro che i Di Pietro, i Caselli, gli Ingroia prestati alla politica, lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà…!
L’orrore che Prestigiacoma sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzi, con voce accorata, ma risoluta: – non v’importa più dunque d’avermi per moglie. Io m’era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio e dei poteri forti…
– E bene! – gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: – io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui!
– Sì sì, – rispose allora precipitosamente Prestigiacoma: – verrò da D’Alema, domani, ora, se volete; con un tailleur alla Finocchiaro o una pettinatura sbarazzinochic alla Boschi o con un cilicio della Binetti, ma verrò. Tornate quello di prima; verrò.
– Me lo promettete? – disse Renzi, con una voce e con un viso divenuto, tutt’a un tratto, più umano.
– Ve lo prometto.
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CAPITOLO X
Giunti all’osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacché la crisi aveva dimezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato d’una sola golata e senza primarie un boccale di vino; Renzi, con aria di mistero, disse a De Falco: – se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande.
– Parla, parla; comandami pure, cazzo – rispose De Falco, mescendo – Oggi mi butterei tra i flutti dell’Oceano durante la collisione del Titanic con un iceberg, o tra le onde dello speronamento dell’Andrea Doria, per te.
– Tu hai un debito di venticinquemila euro con D’Alema, per il mantenimento della stazione radar, che lavoravi, il decennio passato.
– Ah, Renzi, Renzi! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M’hai fatto andar via il buon umore porca troia.
– Se ti parlo del debito, – disse Renzi, – è perché, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo. D’Alema va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Prestigiacoma: questo è mio marito, il matrimonio è bell’e fatto. M’hai tu inteso?
– Tu vuoi ch’io venga per testimonio vacca troia?
– Per l’appunto.
– E pagherai per me i venticinquemila euro cazzo?
– Così l’intendo. Ma bisogna trovare un altro testimonio.
– L’ho trovato, pardecojoni. Quella sempliciotta di Federica Sciarelli, sempre pronta a seguire i disgraziati, farà quello che gli dirò io. Tu le garantirai qualche scomparsa eccellente tipo Emanuela Orlandi quando diventerai premier?
– Anche migliori della Orlandi, – rispose Renzi. – Ma saprà fare?
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CAPITOLO IX
Quando Papa Francesco ebbe serrato l’uscio dietro a sé, vide nell’altra stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio. Era costui un vecchio servitore, Arnoldo Mondadori, e viveva in quella casa da molt’anni, creduto morto al di fuori. E per esser straordinariamente vecchio compensava però questo difetto con due qualità: un’alta opinione della dignità delle case editoriali, una gran pratica del cerimoniale, e la reale profonda conoscenza delle più antiche tradizioni tipografiche nei più minuti particolari. In faccia a Dell’Utri, il povero vecchio Mondadori non si sarebbe mai arrischiato d’accennare, non che d’esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva pubblicare da quando direttrice della storica casa editrice era Marina.
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Capitolo VIII
– In che posso ubbidirla? – disse don Marcello Dell’Utri piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente: bada a chi sei davanti, pauperista d’un papa, e pesa le parole, e sbrigati.
Per dar coraggio al nostro Papa Francesco, non c’era mezzo più sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona di plastica riciclata che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio. Finché disse, con ridondante umiltà che tanto piace al pubblico secondo i rilevamenti auditel: – Vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d’una carità. Cert’uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero ex-premier, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti, Renzi e la Prestigiacoma. Lei può, con una parola, anzi con un pizzino, anzi anche con un sol gesto, che so, un occhiolino aummaaumma a un picciotto, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e potendolo… la coscienza, l’onore…
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CAPITOLO VII
Il palazzotto di Dell’Utri sorgeva isolato, a somiglianza d’una villa d’Arcore fuor dell’abitato e cintata da alte siepi, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno e alla Trinacria di Mammasantissima, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di Dell’Utri; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro foto della famiglia del Cavalier Decaduto, loghi di Canale 5, poster della Canalis e della Hunziker, e – sopra gli usci – il motto “codesta è casa della libertà”. La gente che vi s’incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella o una bandana; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, nonostante, a palpar culi a fanciulle; giovini impomatati e depilati in fila ai casting; amici e amiche della Defilippi che qui venivano come agriturismo; donne con certe tettone rifattissime, e labbra da pompinare, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne’ sembianti e nelle mosse de’ fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di “mi son fatto da me”.
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CAPITOLO VI
Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il papa Francesco uscì dalla sua umile celletta, dove svernava dalla barocca e laida curia vaticana in gran segreto ogni qualvolta possibile, per salire alla casetta dov’era aspettato. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, immigrati che gonfiavano canotti per traversare il lago, cassintegrati, sfrattati, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al papa Francesco, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché costui predicava la miseria e non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare alla mensa de’ poveri ch’egli aveva fatto aprire nel paesello.
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CAPITOLO V
Giunto al Borgo Panigale, Renzi domandò del pied-à-terre fiorentino della Bongiorno; gli fu indicato, e v’andò. All’entrare, si sentì preso da quella suggezione che i giovani parvenue provano in vicinanza d’un dotto d’altra generazione, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un’occhiata ai capponi e uno all’Ansa sul malore di Bersani, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò ad Amanda – la ragazza alla pari statunitense che faceva da apprendista nel suo studio – se si poteva parlare alla dottoressa. Adocchiò essa le bestie, e, come poco avvezza a somiglianti doni bensì a semplici buste bianche ben farcite di banconote sporche a grosso taglio, mise loro le mani addosso, quantunque Renzi andasse tirando indietro, perché voleva che la Bongiorno vedesse e sapesse ch’egli portava qualche cosa.
Renzi fece un grande inchino: la Bongiorno l’accolse umanamente, con un – venite, figliuol apprezzato da Magistratura Democratica, – e lo fece entrar con sé nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ tredici Cesari, dal Giulio romano sino al Silvio d’Arcore, come chiamato era da coloro che la magistratura intercettava; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi prestati da Biondi e mai restituiti ai tempi del pentapartito; nel mezzo, una tavola gremita d’allegazioni, di codici penali, di fascicoli. La dottoressa era in veste d’una toga ormai consunta, ma pur – pensà Renzi senza dirlo – se foss’ella stata di miglior foggia abbigliata megera era e tal sarebbe stata.
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