PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)

CAPITOLO VII

Il palazzotto di Dell’Utri sorgeva isolato, a somiglianza d’una villa d’Arcore fuor dell’abitato e cintata da alte siepi, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno e alla Trinacria di Mammasantissima, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di Dell’Utri; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro foto della famiglia del Cavalier Decaduto, loghi di Canale 5, poster della Canalis e della Hunziker, e – sopra gli usci – il motto “codesta è casa della libertà”. La gente che vi s’incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella o una bandana; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, nonostante, a palpar culi a fanciulle; giovini impomatati e depilati in fila ai casting; amici e amiche della Defilippi che qui venivano come agriturismo; donne con certe tettone rifattissime, e labbra da pompinare, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne’ sembianti e nelle mosse de’ fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di “mi son fatto da me”.

Papa Francesco attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che Dell’Utri stava desinando, e non voleva esser frastornato. Due grandi biscioni, con la bocca spalancata e i denti aguzzi e la bifida lingua penzoloni, l’uno tutto squamato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e con un fiore in bocca che guisa prendeva di un “5”, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due tronisti, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore.
Il Papa si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de’ tronisti s’alzò, e gli disse: – santità, santità, venga pure avanti -. Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini della Pascale; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando Lele Mora. Accompagnatolo egli in un salotto, e guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto, disse: – non è lei… il Papa Francesco d’Argentina?
– Per l’appunto.
– Lei qui?
– Come vedete, buon uomo sessuale.
Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all’uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono confuso di forchette, di pizzini, di coltelli, di bicchieri, di piatti, di schermi televisivi, e urla triviali contro i magistrati.
Dell’Utri, senza indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso, n’avrebbe fatto di meno. Ma disse: – venga, santità, venga -.

Non vi maravigliate se papa Francesco, col buon testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa di Renzi e Prestigiacoma che veniva a sostenere, con un sentimento misto d’orrore e di compassione per Dell’Utri, stesse con una cert’aria di suggezione e di rispetto, alla presenza di quello stesso don Marcello, ch’era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d’amici, di veline, di codici miniati e tomi della Collezione Feltrinelli, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra sedeva Emilio Fede, se fa bisogno di dirlo collega di libertinaggio e di soverchieria del di loro comune compare Qavaliere. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d’una certa sicurezza, e d’una certa saccenteria, il Formigoni ciellino, che degustava ostriche, ma vergini. In faccia a Formigoni, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva la nostra dottoressa Bongiorno, in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito.

– Da sedere a sua santità, – disse Dell’Utri. Lele Mora presentò una sedia, sulla quale si mise papa Francesco, facendo qualche scusa al signore, d’esser venuto in ora inopportuna, tanto più il giorno della gara in Coppa Italia tra i rossoneri e il Palermo. – Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo comodo, per un affare d’importanza, – soggiunse poi, con voce più sommessa, all’orecchio di don Marcello.
Dell’Utri l’avrebbe mandato a dir rosari o dar puffetti ai bambini in San Pietro volentieri, e fatto di meno di quel colloquio, ma poiché la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d’affrontarla subito, e di liberarsene; s’alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s’avvicinò, in atto contegnoso, al Papa, che s’era subito alzato con gli altri; gli disse: – eccomi a’ suoi comandi -; e lo condusse in un’altra sala, tra studi anatomici di Leonardo e teste mozze di cavalli da corsa dopati.

(continua…)


(c) Apolide Sedentario & Manzone Ramingo 2014
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chi non legge IL NUOVO MALE N°17 in edicola a gennaio (contiene FRIGIDAIRE) papacecco lo azzcomunica e ci manda l’inqui(namento)sizione

 

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