PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)

CAPITOLO XIX

Come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano mortificati verso il padrone, co’ musi bassi, e con le code ciondoloni, così, in quella scompigliata notte, tornavano i paparazzi dell’agenzia di Corona alla villa di Dell’Utri. Egli camminava innanzi e indietro. Ogni tanto si fermava, tendeva l’orecchio, guardava dalle fessure dell’imposte rimuginando tra sé e sé che in quanto appunto imposte la sinistra avrebbe potuto tassarle, pieno d’impazienza e non privo d’inquietudine, che si sentiva quasi come ai tempi che s’aspettava guardinghi che arrivassero i carichi di biada mista a bonza in quelle scuderie a gestione Mangano.


Mentre fa questi bei conti, sente un calpestìo, va alla finestra, apre un poco, fa capolino; son loro. «E la bussola? Diavolo! dov’è la bussola? Tre, cinque, otto: ci son tutti; c’è anche Corona; la bussola non c’è: diavolo! diavolo! Corona me ne renderà conto».
Entrati che furono, Corona posò in un angolo d’una stanza terrena il suo teleobiettivo, la reflex e il flash, e, come richiedeva la sua carica, che in quel momento nessuno gl’invidiava, salì a render quel conto a Dell’Utri. Questo l’aspettava in cima alla scala; e vistolo apparire con quella sguaiata e tatuata presenza del birbone deluso, – ebbene, – gli disse, o gli gridò: – signore spaccone, signor capitano, signor allautogrillpagoiopertuttimaconbanconotefalse, signor lascifareame?

– L’è dura, – rispose Corona, restando con un piede sul primo scalino, – l’è dura di ricever de’ rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle, e apparecchiature da migliaia di euro esposte alle interperie atmosferiche pur di rubare uno scatto. – e raccontò quanto avvenuto tra casa di D’Alema e casa dell’Emmabonina in quella notte tumultuosa.
– Tu non hai torto, e ti sei portato bene, – disse Dell’Utri: – hai fatto quello che si poteva; come me quando io tentavo di contrattare a mio vantaggio le esose richieste a mezzo di pizzino che mi mandava Riina… ma… ma, che sotto questo tetto ci fosse una spia! Se c’è, se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c’è, te l’accomodo io; ti so dir io, Corona, che lo concio per il dì delle feste, lo tratto peggio di Borsellino. Va a dormire, povero Corona, che tu ne devi aver bisogno. Povero Corona! In faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare il pericolo di cader sotto intercettazione telefonica, o di buscarti una taglia per rapto di donna honesta, per giunta di quelle che hai già addosso; compreso il dover sopportare Nina Moric quando c’è da badare a vostro figlio.

La mattina seguente, quando D’Alema s’alzò, questo cercò subito del Formigoni, il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò: – san Martino! Ci ha messo uno zampino quel Papa in quest’affare, – disse – Quel Papa, – continuò, – con quel suo fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche da catechismo di prima elementare, io l’ho per un dirittone, e per un impiccione, per uno messo lì a rinfrescare la facciata dello IOR. E voi non vi siete fidato di me, non m’avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l’altro giorno. Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate.
Dopo queste e altre simili parole, Formigoni uscì, per andare a caccia di poltrone.

Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione di tre persone da un paesello era un tal avvenimento, che le ricerche, e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente esser molte e calde e insistenti; un po’ come attorno a casa Misseri, o negli altri casi mediatici di nera.
De Falco, a cui non pareva vero d’essere una volta più informato degli altri, trovandosi al centro del matrimonio segreto naufragato anziché ad una torre comandi in terraferma, e a cui non pareva piccola gloria l’avere avuta una gran paura senza abbandonare la nave, e a cui, per aver tenuto dl mano a una cosa che puzzava di criminale, pareva d’esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. Cazzo.E quantunque la Sciarelli, che pensava seriamente all’inquisizioni e ai processi possibili e al conto da rendere agli uffici legali di Raitre, gli comandasse, co’ pugni sul viso, di non dir nulla a nessuno, pure non ci fu verso di soffogargli in bocca ogni parola; ed, in particolar, ogni parolaccia.
Ma quella invasion de’ paparazzi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser lasciato fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po’ positiva, quell’accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Piacque a Dell’Utri l’esser certo che nessuno l’aveva tradito, e il vedere che non rimanevano tracce del suo fatto.

Corona di nuovo in campo; e, la sera di quel giorno medesimo, poté riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed ecco in qual maniera. Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Se poi parliamo di Parlamenti, ne’ quali – pur oltremodo avversi a ideologia – i seditori di tali scranni sogliono chiamarsi spesso “amici”, se non invece “colleghi”, ed essi tutti dovendo riferire agli amici degli amici, senza i quali col cazzo starebbero là a gozzovigliare, il calcolo s’espande ben di più dei buchi di bilancio. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d’un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d’amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell’immensa catena, tanto che arriva all’orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.
Il nostro autore non ha potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che Corona aveva ordine di fotografare: il fatto sta che il buon uomo da cui erano state scortate Emmabonina e Prestigiacoma, tornando, verso le ventitré, s’abbatté, prima d’arrivare a casa, in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l’opera buona che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che Corona poté, due ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a Dell’Utri che Prestigiacoma s’era ricoverata da Karima, e che Renzi aveva seguitata la sua strada fino a Milano, inframezzando il viaggio con simpatiche visite condite di improvvisati comizi in tutti circoli arci sulla via.

(continua…)

(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
DOWN DOW FOREVER
chi non si abbona a IL NUOVO MALE e FRIGIDAIRE è sciemo

 

Leave a Reply