PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)

CAPITOLO XX

Dell’Utri s’alzò presto, con due disegni, l’uno stabilito, l’altro abbozzato. Il primo era di spedire immantinente Corona a ***, da Karima, per aver più chiare notizie di Prestigiacoma, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa, e anche approfittarne per rubare qualche scatto all’ex ninfetta di regime da pubblicare su Chi. Fece dunque chiamar subito quel suo fedele e gli diede l’ordine che aveva premeditato.
– Don Marcello… – disse, tentennando, Corona, che a tentennar si sa non ea capace, sbruffone sempre, guascone, ma di fronte a un protettor di tal sorta – Se potesse mandar qualchedun altro…
– Come?
– Dottore illustrissimo, sa bene quelle poche taglie ch’io ho addosso: e… Qui son sotto la sua protezione; i birri mi portan rispetto, e qualora non lo facessero c’è sempre da allungare una mazzetta; e anch’io… è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto… li tratto da amici.
– Che diavolo! – disse Dell’Utri: – tu che ti chiavi certe manze croate o argentine mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d’avventarsi alle gambe di una sciacqua?
– Dunque, – ripigliò francamente Corona, messo così al punto, – dunque vossignoria faccia conto ch’io non abbia parlato: cuor di leone, gamba di lepre, furbizia di carpa cieca, e vista d’aquila per immortalar l’attimo, e son pronto a partire.
– E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de’ meglio… Liguori, e Gianni Sperni; e va di buon animo, e sii Corona. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe che a’ birri fosse ben venuta a noia la vita, e il rispetto delle folle di gagnette e di attempate spettatrici di Uomini e Donne, che non perdonerebbero lor l’importunarvi.

Il Griso prese i due compagni, e partì con faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo ed anche a vera e propria voce alta il Vaticano e le taglie e le donne e i capricci de’ vips; e camminava come il lupo, che spinto dalla bisogna, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli si potrebber contare, ma con gli addominali ben scolpiti da regolari ore di palestra, scende da’ suoi monti, dove non c’è che neve, s’avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa sospesa, e leva il muso, odorando il vento infido, che sa di cimici e cazzidilegno alla Woodcock, e rizza gli orecchi acuti, e gira due occhi sanguigni che tanto ne fanno un mito puberale e mediatico.

L’altra cosa che premeva a Dell’Utri, era di trovar la maniera che Renzi non potesse più tornar con Prestigiacoma, né metter piede in paese; e per riuscire in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po’ di colore al tentativo fatto nell’ufficio di D’Alema, dipingerlo come un’aggressione, un atto sedizioso, una mascalzonata da blackbloc. Ma pensò che non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; ricordò che Fini l’aveva scampata indenne, ma qualche testa alla lunga era cascata, quando simili congetture sediziose erano state inscenate a suon di fiotti di sangue d’innocenti dentro la Scuola Diaz, per quanto ad Alimonda invece tutti ne uscirono anonimamente senza pene, omicidio nonostante.

Ma intanto Renzi medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito. Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, andava Renzi verso Milano, in quello stato d’animo che ognuno può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare l’arrampicata al potere, e quel ch’era più di tutto, allontanarsi da Prestigiacoma, trovarsi sur una strada, come un beat ontheroad anziché come un lupetto democristo in fila indiana ordinata, senza saper dove anderebbe a posarsi, lui abituato al lavoro d’equipe dell’entourage per eseguire l’agenda quotidiana di incontri, dichiarazioni, twittaggi e presenzialismi vari; e tutto per causa di quel birbone! Dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, pensò che il Re non c’era più e già in quel caso non fu democrazia ma netti brogli; e che il segone invece c’era eccome, come unica prospettiva, allontanato com’era dalla sicula bionda dei suoi sogni; e stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada.
E quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: – di grazia, quel signore. – Che volete, bravo giovine?
– Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare alla curia al convento dov’è recluso Milingo?
L’uomo a cui Renzi s’indirizzava, era un agiato abitante del contorno, uno che vota centro, Casini Monti o chi sia, che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne tornava, senza aver fatto nulla, perché una soffiata diceva di rinviare le pratiche per quell’appalto, ch’era finito allo sguardo di Equitalia, e tornava in gran fretta, ché non vedeva l’ora di trovarsi a casa e triturare alcuni documenti compromettenti in materia, e avrebbe fatto volentieri di meno di quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d’impazienza, rispose molto gentilmente: : – siete fortunato, bravo giovine rottamatore; il vescovo esorcista stregone e anche convolato a nozze eretiche che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a Parco Sempione; costeggiatelo, e chiedete per il convento dove Milingo è in esercizio spirituale, là è: non potete sbagliare.
Renzi rimase stupefatto e edificato della buona maniera de’ cittadini della borghesia moderata verso un conservatore riformista; e non sapeva ch’era un giorno fuor dell’ordinario, un giorno in cui le cappe s’inchinavano ai farsetti.

(continua…)


(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
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