PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)
CAPITOLO XI
– Avete sentito cos’ha detto Papa Francesco d’un non so che… d’un filo che ha, per aiutarci? – disse Prestigiacoma. – Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci guance ne porge venti e più…
– Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! – interruppe Renzi, questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.
– Oh Renzi! – disse Prestigiacoma, a stento, tra i singhiozzi: – non v’ho mai visto così. Nemmeno quando proposero primarie per i soli iscritti al Partito tentando di dar minor corda ai vostri fans nella corsa ai gazebo…
– La farò io, la giustizia, io! Altro che Alfano per conto del Berlusca durante il ventennio bunghista! Altro che processi brevi e separazioni delle carriere! La farò io la riforma! Sì, la farò io, la giustizia: altro che i Di Pietro, i Caselli, gli Ingroia prestati alla politica, lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà…!
L’orrore che Prestigiacoma sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzi, con voce accorata, ma risoluta: – non v’importa più dunque d’avermi per moglie. Io m’era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio e dei poteri forti…
– E bene! – gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: – io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui!
– Sì sì, – rispose allora precipitosamente Prestigiacoma: – verrò da D’Alema, domani, ora, se volete; con un tailleur alla Finocchiaro o una pettinatura sbarazzinochic alla Boschi o con un cilicio della Binetti, ma verrò. Tornate quello di prima; verrò.
– Me lo promettete? – disse Renzi, con una voce e con un viso divenuto, tutt’a un tratto, più umano.
– Ve lo prometto.
Renzi avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel’augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell’ora, si trattenesse più a lungo. La notte però fu a tutt’e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d’agitazione e di guai, e che ne precede uno destinato a un’impresa importante, e d’esito incerto, che so, come una tornata elettorale con gli exit poll che danno i contrapposti poli a un misero 2% di distacco.
Renzi si lasciò veder di buon’ora, e concertò con le donne, o piùttosto con Emmabonina, la grand’operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l’uno ora l’altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Prestigiacoma ascoltava come figlia di picciotto in una riunione di mandamento; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
– Anderete voi giù in Vaticano, per parlare al Papa Francesco, come v’ha detto ier sera? – domandò Emmabonina a Renzi.
– Le zucche! – rispose questo: – mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c’è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell’interrogazioni, non potrei uscirne a bene. Che poi lui a interrogare imparò doppio: dagli ufficiali golpisti in Argentina e dai Gesuiti Neri. E poi, io devo star qui, per accudire all’affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.
– Manderò Marco Carta.
Prestigiacoma andò a una casa vicina, a cercar Marco, ch’era un ragazzetto sveglio la sua parte, e aveva pure vinto parecchie gare di canto, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po’ suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, – per un certo servizio, – diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse in Vaticano da Papa Francesco, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. – Il Papa Francesco, quel bel vecchio, tu sai, quello che chiamano il santo…
– Ho capito, – disse Marco Carta: – quello che accarezza sempre noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino e qualche spartito di canzoni della messa, che a me per esempio mi piace quando faccio la seconda voce su Symbolum. Però dovrò parlarne al mio manager, che come minimo ci scappa un bel servizio a colori sopra Gente, o su Sorrisi e Canzoni.
Quella stessa mattina, Dell’Utri appena alzato, fece chiamare Corona.
«Cose grosse», disse tra sé il servitore Arnoldo a cui fu dato l’ordine; perché l’uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de’ bulletti, quello a cui s’imponevano le imprese più rischiose e più inique. Dopo aver fotografato un rapporto gay tra un noto calciatore e un ragazzotto africano, di giorno, in piazza, inseguito dal calciatore, dal ragazzotto africano, e da un pm che lo querelava per estorsione e ricatto al pubblicare o meno tali servizi, era andato ad implorar la protezione di Dell’Utri; e questo, vestendolo della sua livrea, l’aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia.
(continua…)
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(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
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