PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)
CAPITOLO XXIII
C’era un incalzare e un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzìo confuso di contrasti e di consulte che smentiscono le leggi fasce di Giovanardi e ripristinano i referendum antiproibizionisti. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una maledetta voce: – c’è qui vicino la casa di Maroni: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco -. Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piùttosto che l’accettazione d’una proposta. – Da Maroni! da Maroni! Via Bellerio! Via Bellerio – è il solo grido che si possa sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada dov’era la casa nominata in un così cattivo punto.
Lo sventurato sassofonista leghista stava, in quel momento, facendo un chilo agro e stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I suoi gorilla in camicia verde della Guardia Padana, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba; e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta. E l’Ansa riceve tosto una nota di sdegno contro i blackbloc infiltrati nel corteo.
– Maroni! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!
Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi al Dio Po, e alla sua scorta, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come, e di dove? Penso di poter fuggire sul Pirellone, oltre i piani nei quali andè a incagliarsi l’aereo kamikaze di Fasulo; ma da un pertugio, guardò ansiosamente nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascondiglio, dove soleva esser messo in castigo il pirla Trota quando ancor Bossi era unico leader. Lì rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto rumore s’affievolisse, se il tumulto s’acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come a dire “pensare che fui Ministro degl’Interni, e s’ancor lo fossi ora potrei governarle le truppe io medesmo, per spazzar via ‘ste testine”… Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza.
Renzi, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel caso; ma l’idea dell’omicidio gli cagionò un orrore pretto e immediato. Un boy scout vada pure che, come uno della Comunità di Sant’Egidio, partecipi a moti noglobal; ma il Maronicidio no, questo va contro la Promessa.
E quantunque, per quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che Maroni e Salvini eran la cagion principale della fame, i nemici de’ poveri e de’ immigrati e migranti e clandestini, pure, avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione, s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in cento modi.
I magistrati ch’ebbero i primi l’avviso di quel che accadeva, spediron subito a chieder soccorso al comandante delle truppe antisommossa, che allora si diceva di porta Giovia, e ora in gergo si dice invece “colui che porta Gi-otto”; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra l’avviso, e l’ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio. L’ufiziale Mortolo che li comandava, non sapeva che partito prendere. All’intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormorìo; nessuno si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all’ufiziale cosa piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva una tale istruzione, per quanto Fini gli avesse sussurrato un giorno un sibillino “divertitevi pure, sarà 1-0 per noi”. L’irresolutezza del comandante e l’immobilità de’ soldati parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso, con un’aria, come si dice, di me n’impipo; quelli ch’erano un po’ più lontani, non se ne stavano di provocarli, con visacci, dita medie alzate, e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz’altro pensiero che di riuscir presto nell’impresa; gli spettatori non cessavano d’animarla con gli urli.
Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto che agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare Maroni e Bossi a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.
– Oibò! vergogna! – scappò fuori Renzi, inorridito a quelle parole. – Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Ripetere Piazzale Loreto, infangando la dignità eroica della lotta di Resistenza alla quale comunque ci rifacciamo come partito di sinistra, per quanto appunto epurandola dagli eccessi velleitari, in un 25 aprile che sia riconciliativo e progressista?
– Ah cane! ah traditor del popolo! – gridò, voltandosi a Renzi, con un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il frastono quelle sante parole. – Aspetta, aspetta! Questo è un digos, travestito da cittadino: è una spia: dàlli, dàlli! – Cento voci si spargono all’intorno. – Cos’è? dov’è? chi è? Un servo dei servi. Una spia. Maroni travestito da movidaro, che scappa. Dov’è? dov’è? dàlli, dàlli!
Renzi ammutolisce, diventa piccino piccino, più ancora del goffo tozzo omuncolo che già è di suo, e vorrebbe sparire; ma una nuova ondata di manifestanti, stavolta dell’area dei centri sociali, arrivò ad aggiungersi ai tumulti a tempo a distrarre e a disordinare i nemici di Renzi, il quale profittò della confusione nata nella confusione; e, quatto quatto sul principio, poi giocando di gomita a più non posso, s’allontanò da quel luogo, dove non c’era buon’aria per lui, ché non si era mica ad un dibattito in videoconferenza o a una riunione di quadri del PD o in un teatro durante la campagna elettorale o nella tribuna vips dello stadio di Firenze. S’era in Rivolta. Altro che in ripresa economica.
(continua…)
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(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
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