LUSTRA L’ABITO DEL RE NUDO – ovvero: intravista esclusiva di Apolide Sedentario a MAURO PAGANI

preambolo:
“Suona un corno da cocchiere, lustra l’abito del re, e’ la carrozza di Hans” (Pfm dell’epoca di Mauro Pagani)
La carrozza di Hans me la cita Mauro Pagani stesso, rispondendo a mie domande al solito formate da frammenti dei testi stessi di colui a cui le ho propinate (“Sulla cassetta della diligenza”, dice,¬†vedi intervista a seguire), dimostrando sagacia psichedelica resistente ai decenni. E regalandomi il titolo di questa nuova intravista, sostituendo l’invece progettato mio “Piu’ Pagani meno Vaticani”.

 

1.

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Mauro Pagani e’ alla rassegna annuale “Note in Liberta’” de La Comune di LoAno.
Mi giunge comunicazione da me stesso, poiche’ l’Assessora ormai nota ai miei lettori mi accoglie come sempre amabilmente (“Ah, eccoti, mi chiedevo appunto se saresti intervenuto come al solito”) ma senza un precedente segnalarmi la data appunto in questione (“Ma io non invito mai nessuno”, aggiunge destra). Ci salutiamo con tutti i convenevoli, io, lei, e le altre “vecchie” amiche che organizzano la rassegna annuale.
Stavolta al concerto serale fa cappello un’incontro pomeridiano in Biblioteca Comunale, Pagani presentando un suo romanzo di “vita degli anni ’70”.
La nuova Biblioteca di LoAno e’ un “LoAalto a LoAno”, nel senso che ha la parete tutta a vetro (bella trovata, ammetto e sottoscrivo) che da’ sul megacantiere (che disprezzo) del nuovo Porto loanese, megaparcheggio cementificato per le barche dei vips.
Arrivo che Mauro Pagani sta aspettando gli diano il La dell’inizio. Mi vede entrare, e mi fissa. Ci conoscemmo anni fa al Premio Tenco, magari si ricorda la mia faccia, oppure semplicemente ci ho la faccia di gente che lui frequenta da una vita, per quanto ormai estintisi. Approfittando che m’ha gia’ notato, vado a strapparlo al convito (“Ti dovrei fare 3-4 domande, ora o dopo?”). Dopo avra’ il sound-check, dice, e mentre dice s’appropinqua alla porta, e mi fa cenno di seguire i suoi passi, come a dire “Facciamo subito, e’ meglio, usciamo un attimo”. Dico a Assessora & cumpa: “Usciamo un attimo, ve lo riporto intero”.

2.
INTERVISTA ESCLUSIVA A MAURO PAGANI (di Apolide Sedentario)
Apolide Sedentario:
“Ci incontrammo al Tenco del 2003, ti guardai marciare col vestito della festa e ti chiesi se eri vero. Mi rispondesti genuinamente, eri vero. Ti ricordi? Ma allora perche’ lavoravi alla Ricordi, una delle tante sedi non dell’Arte, ma dell’artificio commerciale?”
Mauro Pagani:
“Perche’ l’Arte si deve fare da qualche parte… E comunque perche’, piu’ seriamente parlando, Arte ha l’etimo di Artigiano, e l’artigiano fa le statue, ma anche – per vivere – fa i comodini per contenere i vasi da notte, e tavoli che non traballino.”
A.S.: “Da quell’incontro al Tenco, con la testa che ci abbiamo siamo arrivati a quest’eta’ qua, cosi’ i nostri problemi li abbiamo portati avanti. Solo che i miei restano problemi nel riuscire a sopravvivere combattendo il Sistema e standone al completo di fuori, e tu invece che problemi hai?”
M.P.: “Su una cassetta di una diligenza, con gente che mi tira frecce e non sono neanche gli indiani, cerco di restare vivo con il problema dell’intera diligenza: ho uno studio [le Officine Meccaniche, ndr] in cui lavorano 10 persone, e ti affidano la responsabilit√† della loro vita; da quando l’ho messo in piedi non faccio altro che metterci soldi (anche se va detto che lavoro molto, e dunque molto posso metterci, come infatti faccio).”
A.S.: “Qualcuno ti ha fissato qualche cosa nella testa, come ad esempio che non ci si debba ribellare al pizzo Siae… Io sto facendo un disco senza bollino, me li paghi tu multe e dissequestri (ne mantieni 10, quindi ne mantieni anche 11)?”
M.P.: “Sono per la costruzione di un manifesto per la musica, ci stiamo gia’ lavorando, e una delle prime voci sara’ la riscrittura completa del monopolio Siae, che ha assurdi come il calderone per i piu’ ricchi o il pizzo sui concerti gratuiti. E’ ora di finirla con questa gabella di merda. Scrivi proprio gabella-di-merda, ci tengo.”
3.
L’Assessora richiama: c’e’ la gente in Biblioteca pronta per la presentazione del romanzo. Mauro Pagani finisce la risposta (la “gabella di merda”) indifferente al richiamo. Scrivo “gabella di merda” sul taccuino e dico “vai pure, grazie, che’ t’aspettano”, e all’Assessora dico: “Lo rilascio”, ed entro in sala anch’io.
Molti bambini in sala. Mentalmente sento di congratularmi: i genitori del terzo millennio hanno deciso che Mauro e’ un oratore da proporre ad esempio ai loro figli (figli del capitale che a ‘sto giro potran trovare un archetipo contrario).
Pagani deve parlare del suo libro che parla della sua vita nei ’70. E inizia a freddo dicendo “il Movimento”. Come se il Movimento fosse ancora un’entita’ sociale. Come se fosse ancora dentro l’ambito. Come se – insomma – lui non l’abbia mai, l’ambito, abbandonato. Come se ne sentisse ancora dentro. E’ come fare una promessa da mantenere per sempre, dice in un brano Alloisio cantautore…
Avendo tradito a palate, i sedicenti artisti movimentisti di quegli anni (dice di loro Pagani: “Non e’ che hanno tradito il Movimento, e’ che tradivano se stessi nel farne parte, poiche’ gia’ evidentemente non ci credevano quando dicevano d’esserne compagni”), trovar che lui, Pagani, vi e’ ancor dentro al punto da dire al presente ogni sua frase inerente quel gruppo culturale-politico mi rincuora davvero.
“Un decennio meraviglioso”, arriva a dire Pagani in un revival dei “formidabili anni” di Capanna…
Il romanzo di Pagani inizia il 12 dicembre 1969. Preciso, Mauro, e memore.
“La cosa peggiore del Movimento sono stati i leader”, dice nel suo excursus. Poi chiama certi figuri “i militonti”, termine made in Gag (Giovani Anarchici Gioviali, gioventu’ mia liberissima…).
Tra il ’72 e l’80, ci racconta, visse in Casa Comune, con la futura moglie, da scappato di casa. Fa apotesi di vita comunarda (“la caffettiera da 7 sempre al fuoco per il girar di persone”), ricorda agli astanti i prezzi popolari del cibo e degli affitti di quegli anni. Poi giunge a un nodo cruciale: “I giovani dell’epoca erano disposti, felicemente e convintamente disposti, alla rinuncia dei loro privilegi di figli di borghesi pur di non esser complici dei padroni”. A parte la mia, la parola “padroni” non la sentivo uscir da qualunqualtra bocca da perlomeno dieci anni…
E il “riflusso” del post-1982 lo chiama “narcosi”.
E quanto all’oggi, lapida gli astanti: “Oggi tutti votano lamentandosi, oggi c’e’ solo delega”.
Contro delega e lega, attendo l’end, alzo la mano e chiudo io l’incontro: “Perche’ smetta quella che io chiamo Sindrome Grillo, ovvero l’andar ad applaudire in 20.000 uno che dice che tutta la tua vita e’ un errore e appena finito il plaudire ritornare in 20.000 alla vita sempre solita, ricordo ai presenti che Mauro ha appena fatto un’incitazione a non votare, e usare invece un potere popolare comunardo”.
Gli astanti si schifano e invocano una scheda su cui fare la “x”. Pagani sorride. Uno dei due introduttori (il piu’ “politico”) mi viene deciso a stringere la mano. Me la stringe anche Mauro, incamminandosi verso il Teatro. “Come una piuma leggera che non s’appiccica mai”.

(c) Apolide Sedentario 2009
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giornalisti del cazzo

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