PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)

CAPITOLO XXII

Nell’assenza del sindaco Pisapia, che comandava l’assedio ai centri di detenzione dei clandestini per denunciarne la somiglianza davvero inquietante ai lager, faceva le sue veci in Milano il gran cancelliere Roberto Maroni. Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere felicità e serenità (per quanto illusorie ed artificiali) a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò gli psicofarmaci al prezzo che sarebbe stato il giusto, anche per mettere a tacere i precedenti scandali degli assessorati e del San Raffaele.
La moltitudine accorse subito alle farmacie, a chieder pasticche al prezzo calmeriato; e lo chiese con quel fare di risolutezza e di minaccia, che dànno la passione, la forza e la legge riunite insieme. Se i farmacisti strillassero, non lo domandate. Il popolo della notte e della movida, sentendo in confuso che l’era una cosa violenta, assediava gli smartdrugstores di continuo, per goder quella cuccagna fin che durava.

Ma Maroni, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere padano e pontidesco, rispondeva che i farmacisti s’erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s’avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell’abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. Giacché, chi può ora entrar nel cervello di Roberto Maroni? Anche ammesso lo abbia? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito.
Finalmente gli assessori del Pirellone informaron per lettera Pisapia, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare. Pisapia, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende del patto di stabilità e dell’Expo, fece ciò che il lettore s’immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l’autorità di stabilire a coca e neurofarmaci un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l’altra. I deputati si radunarono, e conclusero di rincarare il prezzi alla confezione, anche per i farmaci generici. I farmacisti respirarono; ma il popolo imbestialì.

La sera avanti questo giorno in cui Renzi arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo, in una sorta di continuo flashmob da poi postare su twitter. Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ farmacisti i garzoni che, con una gerla carica di sostanze psicoattive trafugate, andavano a portarne alle solite case, per il mercato nero. Il primo comparire d’uno di que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera. – Ecco se c’è il Lexotan! – gridarono cento voci insieme. – Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di nevrosi, – dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della gerla, dà una stratta, e dice: – lascia vedere, siam cristiani anche noi: dobbiamo sballarci anche noi. E non c’era neppur bisogno di dar l’assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente il carico, e via a gambe.
– Alla farmacia ! alla farmacia! – si grida.
Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta di celerini e truppe antisommossa agghindate da robocop. – Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al capitano di giustizia, – grida lui.
Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue parole, quand’anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che maniera avrebber potuto, spinti com’erano, e incalzati da quelli di dietro, spinti anch’essi da altri, come flutti da flutti, via via fino al l’estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano, cominciava a mancargli il respiro. – Fateli dare addietro ch’io possa riprender fiato, – diceva ai celerini: – ma una carica di alleggerimento, non fate male a nessuno. Picchiate; fateli stare indietro.
– Indietro! indietro! – gridano gli agenti con il casco anonimizzante, buttandosi tutti insieme addosso ai primi, e respingendoli con manganellate. Quelli urlano, si tirano indietro, come possono; dànno con le schiene ne’ petti, co’ gomiti nelle pance, co’ calcagni sulle punte de’ piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca, che quelli che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove.
– Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Bonza, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!… eh! che fate laggiù! Eh! a quella porta! oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que’ ferri; giù quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi… Ah canaglia!
Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. – Canaglia! canaglia! No Tav di merda! Sei stato tu, con il tuo sasso! – continuava a gridare.

Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta della farmacia fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, i celerini, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati dietro gli scudi.
La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; ansiolitici, barbiturici, eccitanti, narcotici son messi a ruba. Qualcheduno in vece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per tornar poi a rubar farmaci, se ne rimarrà. La folla si sparge ne’ magazzini.

A questo punto eran le cose, quando Renzi s’avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto.
– Quello che protegge i farmacisti, – gridava una voce sonora, che attirò l’attenzione di Renzi, – è il ministro della sanità.
– Son tutti birboni, – diceva un vicino.
– Sì; ma il capo è lui, – replicava il primo.
– Scellerati! – esclamava un altro: – si può far di peggio? sono arrivati a dire che Napolitano è un vecchio rimbambito, per levargli il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran stia, e metterli dentro, a viver di bollette di equitalia e di loglio, come volevano trattar noi.
Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzi finalmente davanti a quella farmacia. La gente era già molto diradata, dimodoché poté contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.
«Questa poi non è una bella cosa», disse Renzi tra sé: «bisogna proteggere le industrie nazionali e anche il commercio estero con le multinazionali globalizzate; se concian così tutte le farmacie, dove voglion fare gli ansiolitici e gli integratori? Ne’ pozzi?»


(continua…)



(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
DOWN DOW FOREVER
chi non si abbona a IL NUOVO MALE e FRIGIDAIRE è una sòla padana

 

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