PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)
CAPITOLO XXI
Renzi fece la strada che gli era stata insegnata. Andando avanti, senza saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né, per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò, toccò, e trovò ch’era coca. «Grand’abbondanza», disse tra sé, «ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Che c’è la crisi. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna». Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani. «Vediamo un po’ che affare è questo», disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente un involucro di cellophane, come un pane, bianchissimo. – È una panetta di bonza davvero! – disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: – così la seminano in questo paese? in quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierla, quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo? «Lo piglio?» deliberava tra sé: «poh! l’hanno lasciato qui alla discrezion de’ cani; tant’è che ne goda anche un cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo pagherò, al massimo aumento l’iva dello 0.5 % e ci vuol niente a recuperar contante». Così pensando, si mise in una tasca quello che aveva in mano, ne prese un secondo, e lo mise nell’altra; un terzo, e cominciò a assaggiarla; e si rincamminò, desideroso di chiarirsi che storia fosse quella, o se in sua assenza forse il parlamento avesse legalizzato non tanto i joint, ma proprio tutto quanto, in una sorta di modello Zurigo, lui che parlava di europeismo e non certo di chiusura svizzera della circolazione della manodopera.
Appena mosso, Renzi vide spuntar gente che veniva dall’interno della città, e guardò attentamente quelli che apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro, un ragazzotto; Renzi guardò più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro bamba mista a psicofarmaci quanta ce ne poteva stare, e un po’ di più; dimodoché, quasi a ogni passo, ne volava via una ventata. Il ragazzotto teneva con tutt’e due le mani un accumulo di confezioni farmaceutiche ansiolitiche e di sostanze dopanti; ma, per aver le gambe più corte de’ suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro, e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, perdeva l’equilibrio, e qualche farmaco cadeva.
– Buttane via ancor un altro, buono a niente che sei, – disse la madre, digrignando i denti verso il ragazzo.
– Io non li butto via; cascan da sé: com’ho a fare? – rispose quello.
– Ih! buon per te, che ho le mani impicciate, – riprese la donna, dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e, con quel movimento, fece volar via più coca, di quel che cascava dalle mani goffe del ragazzo. – Via, via, – disse l’uomo: – torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po’ d’abbondanza, godiamola in santa pace.
Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzi cominciò a raccapezzarsi ch’era arrivato in una città sollevata (sia nel senso “in rivolta” che nel senso “inebriata e condotta ad una sorta di paradiso artificiale che ne cancella gl’incubi di vivere in un sistema disumano, schiavi d’una cultura adulterata”), e che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento.
Del resto Renzi, non essendo punto un uomo superiore al suo terzo millennio, viveva anche lui in quell’opinione o in quella passione comune, che la scarsezza della felicità fosse cagionata dagl’incettatori e da’ farmacisti, che troppo poco lasciavano fruire, vuoi per prezzi vuoi per limiti ricettarii, delle sostanze che danno sensazione artificiosa di pace, pace ch’esser non puote su un pianeta finanziario.
Renzi giunse dunque al convento, andò diritto alla porta, ripose via la coca che restava, levò fuori e tenne preparata in mano il documento di protetto dai servizi vaticani, e tirò il campanello. S’accese un videocitofono che aveva una grata, e vi comparve la faccia del frate portinaio a domandar chi era.
– Uno di campagna, che porta a Milingo una lettera pressante del Papa.- Date qui, – disse il portinaio, – Fate a mio modo, – rispose il frate: – andate a aspettare in chiesa, che intanto potrete fare un po’ di bene. Minimo firmate autografi alle donne della corale e a qualche chierichetto, e poi potete acquisir benevolenza (che si traduce in voti) da beghine intente ad accender ceri. In convento, per adesso, non s’entra -.
Renzi fece dieci passi verso la porta della chiesa, per seguire il consiglio del portinaio; ma poi pensò di dar prima un’altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si portò sull’orlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate sul petto, a guardare a sinistra (cosa che lo stupì, essendo pratica che a lui risultava difficile, portato piuttosto com’era a dialogare con Forzaitaglia e La Russa), verso l’interno della città, dove il brulichìo era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo spettatore. «Andiamo a vedere», disse tra sé; tirò fuori la sua bonza, e sniffancellando, si mosse verso quella parte. Intanto che s’incammina, noi racconteremo, più brevemente che sia possibile, le cagioni e il principio di quello sconvolgimento.
Era quello l’ennesimo anno di crisi, di licenziamenti, di sfratti, di calo del potere d’acquisto. Nell’antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 2014, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle banche centrali (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paesi circonvicini, a partir dalla Grecia sino al Portogallo); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra ventennale, guerra santa e commerciale, contro l’Islam, era tale, che molti reduci più dell’ordinario rimanevano provati nel sistema nervoso e contaminati dall’uranio impoverito. E quella qualunque fornitura di barbiturci, ansiolitici, calmanti, sonniferi, oppiacei ed eccitanti colombiani non era ancor finita di riporre, che le provvisioni facevan dentro un tal vuoto, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro del ticket, o del prezzo sul grammo.
Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre un’opinione ne’ molti: che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d’averla temuta, predetta; si suppone tutt’a un tratto che ci sia Litio abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl’incettatori di elisir paradisiaci, reali o immaginari, e i farmacisti che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d’averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale. Si diceva di sicuro dov’erano i magazzini colmi, traboccanti, appuntellati; s’indicava il numero de’ sacchi e delle confezioni Menarini e Bayer, spropositato.
(continua…)
—
(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
DOWN DOW FOREVER
chi non si abbona a IL NUOVO MALE e FRIGIDAIRE è più sciemo di una coverband dei Prozac+
