PD: I PROMESSI DIVORZIATI una storia che sa d’affare (con RENZI TRAMAglino)

CAPITOLO XVII

Che poteva mai esser quella punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane se ne affacciavano alla fantasia ardente (o ancor meglio potremmo dire hard-ente) e inesperta di Karima. Quella che pareva più probabile, era di venir ricondotta al monastero, di ricomparirvi, non più come la signorina, ma in forma di colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! chi sa con quali trattamenti! Le cifre e le virgole di quella nota spese sciagurata, passavano e ripassavano nella sua memoria: le immaginava osservate, pesate da un lettore tanto impreveduto, tanto diverso da quello a cui eran destinate; si figurava che avesser potuto cader sotto gli occhi anche delle sinistre, o di chi sa altri.


In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina, Karima struccata ed invelenita all’eccesso, andò a un tavolino, riprese quella penna fatale, e scrisse a Licio Gelli una lettera piena d’entusiasmo e d’abbattimento, d’afflizione e di speranza, implorando di farle avere tramite il solito commercialista dell’accolito piduista arcoriano delle Olgettine almeno i minimi 15.000 euro per un pomeriggio di acquisti montenapoleoniani.

Al legger quella lettera, il venerabile grembiulato vide subito lo spiraglio aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Karima che venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro (così chiamava la protesi penica senile), mentre era caldo. Ruby comparve, e, senza alzar gli occhi in viso a Gelli, gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: – perdono! – che già, vista la posizione ginocchioni, ella già taceva avendo tosto la cappella in bocca per una pompa di presentazione. Egli le fece cenno che s’alzasse; ma, con una voce poco atta a distoglierla dalla pratica orale; ch’era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque sia solitamente addetto a far da oggetto di soddifazione sessuale dei potenti. Karima domandò, sommessamente e tremando, che cosa dovesse fare. Il venerabile non rispose direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del fallo che Ruby stava succhiando: e quelle parole frizzavano sull’animo della poveretta, come la sculacciata d’una mano ruvida sul suo culetto nel mentre di un apposito gioco erotico. Allora Gelli, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole approssimandosi all’orgasmo, proseguì dicendo che però a ogni fallo c’era rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente indicato: ch’essa doveva ben presto ingoiare…
– Ah sì! – esclamò Karima, scossa dal timore, preparata dalla vergogna, e mossa in quel punto da una foia istantanea.
– Ah! lo capite anche voi, – riprese incontanente Gelli. – Ebbene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; questo cazzo venerabile appunto; ma perché l’avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura -. Così dicendo, sborrò.

Dopo pochi momenti, vennero due fratelli massoni, e vedendo lì Karima, la guardarono in viso cosparso di fiotti venerabili, incerti e maravigliati. Ma Gelli, con un contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante, – ecco, – disse, – la pecora smarrita: Karima non ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene, l’ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m’ha fatto intendere che è risoluta, non si staccava un attimo dallo sbocchinarmi… ed altrettanto è risoluta di prendere il velo.
– Brava! bene! – esclamarono, a una voce, i due confratelli, e l’uno dopo l’altro montarono a loro volta la giovine puttanella; la quale ricevette queste accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di consolazione, ed erano invece lacrime di soffocamento per il precedente spingerle in gola il fallo da parte di Licio.

In tutto il resto di quella giornata, Karima non ebbe un minuto di bene. Avrebbe desiderato riposar l’animo da tante commozioni e la mandibola da tanto succhiaggio; lasciar, per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a se stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata, andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Karima, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire e da fare a rispondere a’ complimenti che le fioccavan da tutte le parti, compresi i messaggini whatsapp della Pascale e della Minetti stessa.
E la mattina successiva, Gelli la tirò in disparte, e le disse: – orsù, Karima, ieri vi siete fatta onore: oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di farsi inculare alla grande, poi succhiare meglio ancora di iersera, per infine fare tutta sciupata e coperta di smegma una comparsa solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima figura. V’aspettano, e tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole, con un fare sciolto: che non s’avesse a dire che v’hanno imboccata, e che non sapete esser bocchinara da voi. E perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto di abusi, che si capisca insomma quanto voi siete consenziente e pure truffaldina nell’aumentarvi l’età, discolpando i vecchi ricconi maiali da imputazioni di sesso minorile.

Il giorno dopo, Karima si svegliò col pensiero dell’inquirente che doveva venire per il processo Ruby Ter. Costui cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta dalle regole. – Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non s’è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la sua vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in nessun modo, ricordiamoci che lei per quanto sgamata e troietta era pur sempre una minore quando la condussero all’harem mercenario, e par a noi questurini strano che ora appunto lei passi da quell’ambiente ad una vocazionalità diciamo claudiakolliana.
La vera risposta a una tale domanda s’affacciò subito alla mente di Karima, con un’evidenza terribile. Per dare quella risposta, bisognava venire a una spiegazione, raccontare e sputtanare tutto l’ambiente Mediaset… L’infelice rifuggì spaventata da questa idea, contando pur sempre sui sostanziosi ringraziamenti in danaro dello Studio Ghedini; cercò in fretta un’altra risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria al vero, come d’altronde ben sappiamo fosse sua capacità prerogativa già dai tempi degli show porno nelle discoteche genovesi, e tanto più dopo quelli nel Night Privato Bunga. – Mi fo monaca, – disse, nascondendo il suo turbamento, – mi fo monaca, di mio genio, liberamente.

(continua…)


(c) Apolide Sedentario e Manzone Ramingo 2014
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